Il tempo: una prospettiva filosofica

Sin dai primordi della storia della filosofia il tempo è stato un tema fondamentale nella riflessione filosofica.

di FRANCESCO ORILIA

Il Tempo: una Prospettiva Filosofica | Festival Treccani della Lingua Italiana
Sin dai primordi della storia della filosofia il tempo è stato un tema fondamentale nella riflessione filosofica. Basti pensare a Eraclito, Parmenide e ai paradossi di Zenone. Alcuni filosofi della tradizione idealista ne hanno negato la realtà oggettiva, ossia hanno negato che vi sia uno scorrere del tempo indipendente dalla mente, hanno negato cioè che esisterebbe il tempo, se non esistessero soggetti pensanti. Fra questi Kant ed Hegel e poi soprattutto John Ellis McTaggart, con il suo molto discusso articolo del 1908, “The unreality of time.” Si tratta di speculazioni a priori, tipiche dell’indagine filosofica. A partire dai primi del Novecento, però, una visione del tempo non molto diversa da questa concezione idealista si è andata affermando, motivata a posteriori sulla base del successo empirico della teoria della relatività. A partire dalla terminologia di McTaggart i filosofi hanno distinto una teoria A e una teoria B del tempo. Per la prima, minoritaria, momenti ed eventi hanno oggettivamente delle cosiddette A-proprietà quali passatezza, presentezza e futurità, sicché vi è un presente oggettivo (che cambia in continuazione). Per la seconda, di solito preferita alla luce della relatività einsteniana, momenti ed eventi sono oggettivamente ordinati da cosiddette B-relazioni quali prima di e simultaneità, ma nessuno degli elementi così ordinati è oggettivamente dotato di presentezza, sicché di conseguenza nemmeno passatezza e futurità sono oggettivamente attribuibili. Se non c’è un presente oggettivo, tutti i momenti e gli eventi, il mio parlare qui tanto quanto il passaggio del Rubicone di Cesare e il primo sbarco umano su Marte, esistono allo stesso modo. Non che tutti esistono ora. In questo contesto l’espressione “esistono” deve essere intesa senza tempo verbale, “atensionalmente”, dicono i filosofi. Il passaggio del Rubicone è lontano temporalmente dal mio scrivere queste parole, così come il parlare di Trump alla Casa Bianca è lontano spazialmente. Ma la lontananza temporale di Cesare è soggettiva, relativa a me o a noi, tanto quanto quella spaziale di Trump. Oggettivamente, Cesare attraversante il Rubicone esiste tanto quanto Trump parlante alla Casa Bianca. La teoria B è quindi chiamata eternista, o meglio B-eternista, per distinguerla da un eternismo di tipo A, secondo il quale c’è un presente oggettivo, ma passato e futuro anch’essi esistono oggettivamente (una teoria molto impopolare che mettiamo qui da parte). L’eternismo è in perfetta antitesi al presentismo, quella particolare teoria A, secondo la quale esiste solo ciò che è presente. I presentisti ritengono, con buoni argomenti, che il loro punto di vista cattura la concezione del tempo implicita nel senso comune. Basti pensare che, se è vero il presentismo, un fatto che ciascuno di noi dà per scontato, ossia il fatto di esistere tutto intero qui e ora, effettivamente sussiste; ma se invece è vero l’eternismo, io sono frammentato in una serie di me stessi esistenti in diversi momenti; io che sto scrivendo questo articolo esisto tanto quanto, per esempio, un precedente Francesco Orilia che brinda all’arrivo del 2021. Per comprendere pienamente cosa significa abbandonare il punto di vista presentista, è opportuno concentrarsi con molta attenzione su eventi che coinvolgono come partecipanti esseri viventi con sensazioni, pensieri, aspettative, desideri, e in particolari stati di piacere e di dolore. Chiamiamoli per comodità eventi “senzienti”, dolorosi e piacevoli a seconda dei casi. Se l’eternismo è vero, tutti gli eventi senzienti dolorosi che sono per noi passati esistono; soffermiamoci per esempio su una povera vittima torturata dal dottor Mengele in uno dei suoi terribili esperimenti su cavie umane ad Auschwitz. Se è vero l’eternismo, l’atroce dolore di questa persona esiste; non esiste ora, d’accordo, e tuttavia esiste. Questo terribile dolore è parte della realtà, anche se è lontano da noi nel tempo, così come lo è il dolore di una persona che sta soffrendo lontano da noi nello spazio, lontano in quanto si trova, per esempio, a New York. Se invece è vero il presentismo, questo dolore della vittima di Mengele non è parte della realtà. Lo è stato, ma non lo è. È una differenza fondamentale sulla quale vi invito a focalizzare attivando le vostre capacità empatiche. Mi aspetto come risultato la consapevolezza che il presentismo sia più desiderabile dell’eternismo. Si può ribattere che, se è vero il presentismo, non esistono tutti gli eventi senzienti piacevoli contenuti in ciò che per noi è passato. Scegliete i vostri preferiti: il primo bacio, oppure un incontro con una persona amata e ahimè scomparsa. Questi eventi esistono, se è vero l’eternismo. Ma piacere e dolore, bene e male, non sono sullo stesso piano. L’assenza di dolore è preferibile alla presenza di piacere. Si può capire meglio, con questo esperimento mentale. Immaginate che un demone potente e malizioso vi avverta che sta per decidere, tirando una moneta, tra due opzioni. Se viene testa, non farà niente; se viene croce, farà provare a due di noi una gioia indicibile e paradisiaca, ma al contempo infliggerà ad un’altra persona atroci sofferenze. Cosa sperate che venga: testa o croce? Io credo testa, anche se le persone che godono sono due, mentre solo una persona soffre. Analogamente, dovreste desiderare la verità del presentismo, piuttosto che dell’eternismo. Un ulteriore motivo per desiderare la verità del presentismo è questo. L’eternismo non sembra pienamente compatibile con la visione che abbiamo di noi stessi come agenti liberi e responsabili delle nostre azioni, che deliberano in una certa maniera, ma avrebbero potuto deliberare altrimenti. Se tutti gli eventi per noi futuri sono esistenti e tra questi vi è, per esempio, la proposta di matrimonio che Giovanni fa a Maria il 27 settembre 2021 a mezzogiorno, è ancora corretto dire che quando questo fatidico momento arriva e Giovanni si propone, Giovanni avrebbe potuto, dal momento che la sua scelta è libera, non proporsi a Maria? La desiderabilità di una teoria non ne dimostra la verità. Una teoria desiderabile potrebbe essere falsa. Sembrerebbe la sorte del presentismo, nella misura in cui la teoria della relatività fa parte delle “teorie fisiche consolidate” e favorisce l’eternismo. È lontana da me l’idea di una filosofia che ignori i contributi della scienza arroccandosi in una torre d’avorio nella quale abbandonarsi a speculazioni puramente a priori. Vorrei però suggerire che la desiderabilità del presentismo possa essere un buon motivo per sollecitare una rilettura della teoria della relatività in una chiave diversa. La lettura alla quale siamo abituati si basa su un presupposto verificazionista. Il tempo che misuriamo è relativo ad un sistema di riferimento e non ci sono ragioni fisiche per privilegiare un sistema di riferimento ad un altro. Se ne trae la conseguenza che non c’è un sistema di riferimento privilegiato, quale l’etere della fisica pre-einsteniana, dal momento che non possiamo verificarne l’esistenza. Ma possiamo ugualmente postularlo, differenziando così il tempo misurato dal punto di vista di un sistema di riferimento e il tempo assoluto del sistema di riferimento privilegiato. Questa mossa non è del tutto implausibile da un punto di vista metodologico, se si considera che, nell’aprire la strada al presentismo, apre anche la strada a un enorme risparmio ontologico sul numero degli enti alla cui esistenza dobbiamo impegnarci: soltanto enti presenti, piuttosto che enti passati, presenti e futuri. Il rasoio di Ockham, secondo il quale gli enti non vanno moltiplicati senza necessità, depone a favore di questa scelta. Nella nota 37 del suo libro L’ordine del tempo, Carlo Rovelli cita tre importanti fisici disposti ad ammettere “un tempo privilegiato e un presente reale”: Lee Smolin, George Ellis e SamyMaroun. Insieme a quest’ultimo, Rovelli ha scritto un articolo che esplora “la possibilità di riscrivere la fisica relativistica distinguendo il tempo che guida il ritmo dei processi da un ‘vero’ tempo universale”. Di questo tentativo Rovelli ammette che è “difendibile” e tuttavia si chiede retoricamente: “Ma è fertile?”. Ho provato a motivare una risposta positiva a questa domanda.[1] [1] Versioni di questo articolo sono state presentate oralmente nelle seguenti occasioni: Un dialogo sul tempotra filosofia, fisica e neuroscienze, Collegio Ghislieri, Pavia, 20/5/2019; Il tempo del cosmo, il tempo della vita, Museo Navale, Imperia, 6/9/2019.

LEGGI ANCHE

Lo spazio delle Donne in Città | Festival Treccani della Lingua Italiana

di GIULIA CINTI

Spazio

Lo Spazio del Linguaggio | Festival Treccani della Lingua Italiana

di VALENTINA PAGANELLI

Spazio

Il Tempo: una Prospettiva Filosofica | Festival Treccani della Lingua Italiana

di FRANCESCO ORILIA

Tempo

Libertà di scrivere, libertà di appassionarsi: nascita di letterature? | Festival Treccani della Lingua Italiana

di REBECCA BARDI

Tempo

Libertà. Dodici parole. Un anno con Dante | Festival Treccani della Lingua Italiana

di MARCO GRIMALDI

Viaggio