Libertà | Dodici parole. Un anno con Dante.

1. Oggi, quando pensiamo alla libertà, intendiamo un insieme di cose molto diverse: libertà della persona; libertà di movimento; libertà di pensiero, di coscienza, di religione; libertà di opinione e di espressione; libertà di riunione e associazione; lib

di MARCO GRIMALDI

Libertà. Dodici parole. Un anno con Dante | Festival Treccani della Lingua Italiana
E pensiamo a tutte queste cose, e a molte altre, perché siamo fermamente convinti che «Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti […], dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza», come sancisce la Dichiarazione universale dei diritti umani proclamata nel 1948 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Il limite della libertà, per noi moderni, è un limite immanente: «Nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica» (Dichiarazione universale diritti umani, art. 29, c. 2). Per Dante, al contrario, la libertà è trascendente. 2. Lo studio della vita e delle opere di Dante, a scuola e all’università, dovrebbe partire dalle lettere, attraverso le quali si può ascoltare la voce chiara, esplicita e potente del poeta senza il filtro della narrazione, come accade invece nella Vita nova e nella Commedia. Di Dante conosciamo tredici lettere, tutte in latino, tutte scritte in esilio, che trattano argomenti pubblici e privati; una, la celebre epistola a Cangrande della Scala, è di attribuzione incerta. Le lettere sono estremamente istruttive, per molte ragioni. Particolarmente interessante è l’epistola VI, indirizzata da «Dante Alighieri fiorentino ed esule immeritatamente agli scelleratissimi fiorentini di dentro», vale a dire i fiorentini “intrinseci” che a differenza di lui, che sta in esilio, vivono ancora nella città. Dante la scrive il 31 marzo 1311, in una fase politica complessa. Pochi mesi prima era iniziata la discesa in Italia di Enrico VII, re d’Italia e di Germania, il quale, diretto a Roma per poter essere incoronato imperatore, affrontava l’opposizione delle città italiane. Firenze si era schierata contro Enrico stringendo un’alleanza con Lucca, Siena, Perugia, Bologna e con il re di Napoli Roberto d’Angiò. L’anno successivo Enrico assediava Firenze, senza successo. Ecco come Dante si rivolge ai suoi concittadini (cito alcuni brani dalla traduzione di M. Baglio): «Voi che trasgredite il diritto divino e umano, che la malvagia voracità della cupidigia ha adescato rendendovi pronti a ogni infamia, non agita forse il terrore della seconda morte (la dannazione eterna), da che, spregiando per primi e soli il giogo della libertà (iugum libertatis), avete gridato fremendo contro la gloria del principe romano, re del mondo e ministro di Dio, e […] rifiutando il dovere di una dovuta sottomissione, nella follia della ribellione avete preferito insorgere»; «Vedrete i vostri edifici […] tanto rovinare sotto i colpi dell’ariete quanto essere bruciati dal fuoco»; «E se la mia mente presaga non s’inganna […] vedrete la città sfinita da lunga afflizione essere infine consegnata in mani straniere, la più parte di voi annientata o nella strage o in prigionia, pochi destinati a sopportare con pianto l’esilio»; «E non vi accorgete, poiché siete ciechi, della cupidigia che vi domina e blandisce […] vi trattiene con vane minacce e vi imprigiona nella legge del peccato e vi vieta di obbedire alle sacrosante leggi fatte a immagine della giustizia naturale; l’osservanza delle quali, se lieta, se libera (si leta, si libera), non soltanto è comprovato che non sia servitù, ma anzi per chi valuta con perspicacia è evidente che sia proprio somma libertà (summa libertas). Infatti, che cosa altro è questa se non libero corso della volontà verso un’azione che le leggi facilitano a chi vi obbedisce? Pertanto, poiché sono liberi soltanto coloro che volontariamente obbediscono alla legge, chi penserete di essere voi che, mentre avanzate a pretesto il bene della libertà, contro tutte le leggi cospirate contro il principe delle leggi?». 3. Leggendo questa lettera si possono chiarire alcuni aspetti fondamentali del pensiero di Dante. Prima di tutto, non era un patriota. Le discussioni sul “poeta della Nazione” dovrebbero muovere da qui, perché Dante si definisce “fiorentino” per nascita e non per costumi, annuncia ai propri concittadini atroci sventure se non si sottometteranno all’Imperatore (l’assedio, l’incendio, la strage, l’esilio), li accusa di trasgredire il diritto umano e divino, avvinti dalla cupidigia. Che Dante non fosse un patriota lo sapeva bene Machiavelli, che nel Discorso intorno alla nostra lingua scrive: «in ogni parte mostrò d’essere, per ingegno, per dottrina e per giudizio, uomo eccellente, eccetto che dove egli ebbe a ragionare della patria sua; la quale, fuori d’ogni umanità e filosofico instituto, perseguitò con ogni specie d’ingiuria». E non era nemmeno un pacifista, come hanno creduto e forse ancora credono in molti. Nel 1920, Benedetto Croce, Ministro della Pubblica Istruzione, inaugurando le celebrazioni dantesche dell’anno successivo, sceglieva un singolo aspetto per caratterizzare la Commedia e per distinguerla dalla letteratura medievale: «Non c’è più in Dante, il medio evo, il crudo medio evo […]: ché mai forse niun altro gran poema è, come quello di Dante, privo di passione per la guerra in quanto guerra, delle commozioni che accompagnano la lotta militare, il rischio, lo sforzo, il trionfo, l’avventura. L’epopea medievale appena vi romba da lontano». Se questa idea è forse giusta sul piano letterario (è vero che la Commedia, a differenza dell’epica medievale, non parla sempre e solo di guerra, ma della guerra «sì del cammino e sì della pietate», come si legge all’inizio del canto II dell’Inferno), è invece falsa sul piano delle idee, perché Dante non esita a predicare la necessità della guerra contro le città che si oppongono all’Imperatore e a lodare la crociata. E leggendo passi come questi si comprende facilmente che Dante aveva un’idea di libertà del tutto diversa da quella dei moderni. 4. Innanzitutto, la libertà è un giogo, è una costrizione (iugum libertatis). La vera libertà è l’obbedienza alle leggi fatte a immagine della giustizia naturale. Chi obbedisce alla legge lietamente e liberamente non è servo, ma si trova in uno stato di somma libertà. Sono concetti che Dante espone limpidamente nella Monarchia, dove apprendiamo che il genere umano si trova nella migliore condizione quando è libero al massimo grado. E il primo principio della nostra libertà è il libero arbitrio, inteso come un libero giudizio intorno al volere che non sia mosso dall’appetito (e quindi dalla cupidigia). Ma secondo Dante solo sotto un monarca il genere umano può essere perfettamente libero ed esistere in funzione di sé stesso e non di altro, perché solo la monarchia raddrizza le forme di governo che lo riducono in schiavitù (democrazie, oligarchie e tirannidi). Per Dante il motto della Rivoluzione Francese (Liberté, Égalité, Fraternité) che informa la Dichiarazione universale dei diritti umani avrebbe avuto senso solo aggiungendo Legalité e Soumission (Legalità e Sottomissione). La libertà, per Dante, è inoltre trascendente. Sempre nella Monarchia (I 12) si legge che: «questo principio della nostra intera libertà, è il dono più grande che Dio abbia dato alla natura umana, perché è grazie ad esso che noi raggiungiamo qui la felicità come uomini, e là come dei». All’interno di questo passaggio, in una parte della tradizione del trattato, c’è un inciso sul quale gli studiosi hanno molto discusso e che dice: «come ho già detto nel Paradiso della Commedia». Non è certo che queste parole siano di Dante (potrebbe averle aggiunte un copista), ma ad ogni modo rimandano a un passo importante del canto V del Paradiso dove si espone esattamente la stessa idea di libertà. Siamo nel cielo di Mercurio, Beatrice discute del valore del voto e comincia spiegando che cos’è la libertà: «Lo maggior don che Dio per sua larghezza / fesse creando, e a la sua bontate / più conformato, e quel ch’e’ più apprezza / fu de la volontà la libertate; / di che le creature intelligenti, /e tutte e sole, fuoro e son dotate» (Par., V 19-24). La libertà è un dono divino, che è l’idea più distante che si possa immaginare dalla libertà immanente della Dichiarazione universale dei diritti umani. 5. Il personaggio di Dante nella Commedia, all’inizio del viaggio, si trova in una condizione di peccato, e quindi di assenza di libertà. La parabola evolutiva appare del tutto chiara alla fine del Paradiso, quando Dante si rivolge a Beatrice che ha ormai preso il suo posto tra i beati: «Tu m’hai di servo tratto a libertate / per tutte quelle vie, per tutt’i modi / che di ciò fare avei la potestate» (Par., XXXI 85-87). Il cammino dalla servitù alla libertà è stato lungo e complesso, e tutti ricordano che il pellegrino «libertà va cercando, ch’è sì cara / come sa chi per lei vita rifiuta» (Purg., I 71-72), come Virgilio spiega a Catone sulla spiaggia del Purgatorio. E la prima restituzione della libertà, che permette a Dante di proseguire il viaggio, si ha quando Virgilio sta per cedere il testimone a Beatrice, nel canto XXVII del Purgatorio: «Mentre che vegnan lieti li occhi belli / che, lacrimando, a te venir mi fenno, / seder ti puoi e puoi andar tra elli. / Non aspettar mio dir più né mio cenno; / libero, dritto e sano è tuo arbitrio, / e fallo fora non fare a suo senno: / per ch’io te sovra te corono e mitrio» (Purg., XXVII 139-145). A questo punto del viaggio, il volere di Dante è ormai completamente libero (è padrone di sé stesso, non è servo) e può quindi procedere verso il sommo bene. Nel mezzo del Purgatorio tocca invece a Marco Lombardo illustrare la relazione tra gli influssi astrali e il libero arbitrio. L’uomo è solo parzialmente determinato dalle stelle, a causa dell’anima vegetativa e sensitiva. Ma in virtù dell’anima razionale l’uomo è in grado di distinguere il bene dal male e possiede la libertà del volere. Quindi: «A maggior forza e a miglior natura / liberi soggiacete; e quella cria / la mente in voi, che ’l ciel non ha in sua cura» (Purg., XVI 79-81). Gli uomini sono insomma soggetti, pur restando liberi, a una forza più possente e più alta di quella degli astri: cioè a Dio, fonte prima del diritto. Come nell’epistola VI, è libero solo chi soggiace volontariamente alla legge. E la specie più alta di libertà è quella che Dante percepisce in Paradiso: un libero amore che si conforma alla «provedenza eterna» (Par., XXI 73-75). 6. Nel 1921 furono molti gli studiosi, i politici e gli intellettuali che vollero celebrare Dante. Tra le numerosissime voci (riesaminate da Fulvio Conti ne Il Sommo italiano. Dante e l’identità della nazione) ce n’è una che merita particolare attenzione: quella di Piero Gobetti, che tenne un discorso a Torino mentre prestava servizio militare (si legge negli Scritti storici, letterari e filosofici a cura di Paolo Spriano; pubblicato postumo nel 1961 col titolo Dante primo uomo moderno). Per Gobetti, Dante si commemora leggendolo, la sua è un’arte unica che «rappresenta soltanto sé stessa», «nel suo entusiasmo mistico egli è poeta dell’ordine» ed «elabora in filosofia i dissidi del cristianesimo e li compone in unità chiara e distinta», ma soprattutto: «Dante ha presentito non l’Italia, che gli era in animo attraverso la retorica classica, ma lo Stato, nuova realtà, vita superiore dei cittadini organizzati». È sempre difficile stabilire in che misura i poeti antichi e medievali – i nuovi santi di quella religione civile e nazionale nata con la Rivoluzione francese – abbiano “presentito” concetti tipici della modernità. Ma in questo caso Gobetti coglie un punto centrale. Dante non è il poeta dell’Italia o della Nazione, non è il poeta della Bellezza. Dante è il poeta dello Stato, la «vita superiore dei cittadini organizzati». Ed è un’idea forse più vera di molte altre, a patto di non dimenticare che lo Stato di Dante, a differenza di quello che ha in mente Gobetti – e al quale istintivamente pensiamo noi moderni – non muove «direttamente e liberamente dall’individuo». Per Dante è l’esistenza dello Stato e della Legge ciò che consente l’esercizio della libertà.

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